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Le lepri del made in Italy non salvano la generazione perduta

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Il meglio dell’impresa italiana, le «multinazionali tascabili», generano più valore che lavoro

Dopo la generazione dei precari, che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni rischiamo, dunque, di produrre un fenomeno ancora più drammatico, la lost generation. Intere classi di età destinate a restare fuori dal mercato del lavoro. A suonare l’allarme è un report del Fmi, un’istituzione che in passato ha preso più di qualche cantonata e quindi non è assimilabile al Verbo. Commenta l’ex ministro Tiziano Treu: «Questa è una fase dell’economia in cui è difficile fare previsioni a 5 anni, figuriamoci a 20!». E poi in materia di lavoro sono tante le variabili, «il dato macro della crescita ma anche il suo mix e poi non si possono dimenticare le policy specifiche rivolte al lavoro».

Prendiamo dunque il lavoro del Fmi con le pinze e usiamolo però come stimolo per dare uno sguardo in avanti basandoci sulle (poche) cose che sappiamo. Fatto salvo che l’allarme sulla lenta crescita non può che essere condiviso corre l’obbligo di dire che non è nemmeno automatico che all’incremento del Pil corrisponda un aumento dei posti di lavoro. Esiste ormai una robusta letteratura sulle riprese jobless, senza occupazione. Il governatore Ignazio Visco, molto attento ai problemi del lavoro, nelle Considerazioni finali ammoniva che «esiste il rischio, particolarmente nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli». E il motivo è semplice: stiamo incrociando un ciclo tecnologico particolarmente vivace per cui «la domanda di lavoro da parte delle imprese più innovative potrebbe non bastare a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo».

La nuova rivoluzione delle macchine, dunque, mangia lavoro o quantomeno non produce in misura significativa. Aggiungiamo un’altra considerazione che sa d’amaro: il meglio dell’impresa italiana, le multinazionali tascabili che solcano i mercati globali, sono capaci più di produrre valore che occupazione. Grazie alla ristrutturazione fatta durante la crisi sono diventate delle autentiche lepri, veloci ma anche tanto snelle. E di conseguenza se le imprese più innovative non sono labour intensive, per garantire larga occupazione bisogna pensare ad altro. Secondo Visco l’altro è «maggiori investimenti per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale che possono produrre benefici importanti anche al di fuori dei comparti più direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo». Anche perché un settore, la grande distribuzione, che in questi anni ha generato posti di lavoro ora sta segnando il passo e comincia a ristrutturarsi.

Al Fmi non piacerà ma quando parliamo di lavoro in Italia dobbiamo aver presente le dinamiche dell’impiego autonomo, che rimangono sostenute come dimostrano le oltre 50 mila partite Iva che si continuano ad aprire ogni mese. Due sono i settori privilegiati da questo flusso: la ristorazione che però rischia un’obiettiva saturazione e l’agricoltura, che sta invece riservando novità inattese. Infine i ragionamenti sulla lost generation italiana si devono infine collegare alla mutata geografia del lavoro. Perché l’ulteriore rischio che stiamo correndo è di formare giovani - talenti e anche no - che vanno a creare valore all’estero. Il dato di Londra che ormai conta più cittadini italiani di Padova - e la stima è prudenziale - illumina più di tante parole l’ennesimo paradosso del lavoro italiano. Morale della favola: anche chi può pensare che il report del Fmi arriva a conclusioni affrettate è meglio comunque che non stia sereno.

 

sito del Corriere della Sera 


Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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