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Tribunali e staminali

07/11/2012

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Sono state impiegate per curare gravi malattie degenerative in due bambine. Ma la loro efficacia non è dimostrata, e il loro utilizzo è giudicato potenzialmente pericoloso dalla comunità scientifica. Ecco perché le staminali sono finite nelle aule giudiziarie, dice Massimo Dominici, docente di oncologia medica all’università di Modena e Reggio Emilia e presidente dell’International society for cellular therapy.

E poi: internet e le trasformazioni della circolazione del sapere: il pensiero di David Weinberger, filosofo e scrittore statunitense:

Al microfono Elisabetta Tola.

La musica di oggi è
Galop (da Souvenirs op.28 per pf a 4 mani) di Samuel Barber eseguito da John Browning.

Nella seconda parte: 

Intervista a David Weinberger, autore del libro “La stanza intelligente” (Codice), nel quale spiega che pensa meglio chi pensa insieme agli altri e che un ambiente collettivo si presta a fornire soluzioni più adatte alle esigenze e alle domande dei singoli. Non ci sono quindi individui intelligenti senza un ambiente intelligente. Ovvero, adatto a lasciare che le idee migliori emergano e possano essere apprezzate. Che è un altro modo per descrivere l’immenso pensatoio che è la Rete. 

 

Possiamo già fare una valutazione di come la Rete ha cambiato il nostro modo di imparare, di studiare, di scambiare informazioni?

Stiamo cominciando solo ora a fare una valutazione del genere. I cambiamenti sono stati notevoli e notevolmente rapidi, stiamo parlando di appena 15 anni e le maggiori istituzioni del sapere della cultura occidentale o sono crollate o stanno mostrando segni di crisi, e questo deve senz’altro far riflettere. Nessuno, credo, avrebbe mai creduto che i giornali, le enciclopedie, le biblioteche, insomma le istituzioni fondamentali della nostra cultura, sarebbero crollate o andate in crisi.  E questi sono, ribadisco, solo i primi segnali di quello che sta emergendo, mentre ancora molto deve ancora accadere. Ma i fattori di questa evoluzione sono così numerosi che è impossibile fare previsioni.
Abbiamo appena iniziato a capire cosa accade quando il sapere si sposta, dai suoi media tradizionali, la carta, i libri e le biblioteche, verso un nuovo mezzo che non solo è immateriale ma, cosa più importante, è più capace, contiene più informazioni – non c’è infatti limite a quello che si può immettere nel sistema di internet. Ed è fatto di link. Questi due fattori sono nuovi ma per molti versi penso che sia il sistema dei link, dei collegamenti immediati tra le informazioni presenti in Rete, che sta creando i cambiamenti più importanti.
Stiamo assistendo allo spostamento del sapere, per cui all’inizio il sapere aveva le caratteristiche tipiche del sapere stampato su carta. Ovvero, contenuti controllati, filtrati dagli autori; libri selezionati e catalogati dalle biblioteche; contenuti fissati, che dopo la stampa non possono essere corretti dall’autore o emendati dai lettori; un sapere quindi permanente, stabile e in un certo senso impersonale.
Il libro è un oggetto che dà forma fisica a un determinato gruppo di idee, fisicamente separato dal corpo dell’autore. Quindi, quando il sapere è stampato in un libro, si danno le premesse di una circolazione del sapere molto efficiente, si offrono al pubblico risposte consolidate, sulle quali esiste un consenso stabile. Tutto questo è meraviglioso, ma il sapere non ha esattamente questa forma.
In internet stiamo assistendo a una grande trasformazione del sapere. Si assiste alla creazione di nuovi modi di conoscere il mondo. Molti di questi tentativi sono destinati a fallire, o a essere superati da modalità più efficienti. Ma molti altri invece avranno successo. Attraverso questa dinamica stiamo cominciando ad avere un quadro della forma che il sapere avrà in futuro.


Prendo a prestito la domanda di John Brockman: Internet ha cambiato il suo modo di pensare? In che modo?

Una delle prime cose che ho capito di internet è che io non penso “dentro la mia testa”. Noi occidentali continuiamo a pensare che è dentro la testa che nascono i pensieri, che è la testa la vera casa dei pensieri. E che in un certo senso si debba stare da soli, in un una stanza semibuia, magari con un caminetto acceso, seduti in un angolino solitario. Questa immagine tipicamente occidentale raggiunge l’apice del suo successo con Cartesio, che ripensa l’intero universo stando seduto da solo, nella penombra. Ma questo modo di pensare a conti fatti è impossibile, in realtà noi pensiamo nel mondo, pensiamo aiutandoci con oggetti. Usiamo lavagna e gessetto, calcolatori, carta e penna, usiamo oggetti che ci aiutano a pensare. E pensiamo nel mondo, con gli altri. Il pensiero solitario non ha alcun senso. A conti fatti tutto il nostro pensiero è pensiero sociale. Senza una dimensione sociale non avremmo i pensieri complessi che invece abbiamo. Senza i pensieri degli altri, non avremmo i nostri pensieri. Eccetto pensieri semplici come “procurarsi il prossimo pasto” e “liberarsi dei propri scarti”, e nient’altro.
Il pensiero è sempre stato sociale e penso che al giorno d’oggi gran parte di noi sia pronta a riconoscerlo.
Internet ha prodotto spontaneamente una serie di strumenti adatti a promuovere attività di pensiero sociale. Alcuni sono arcaici, come le mailing list, un esempio datato: l’impiego della posta elettronica per discutere argomenti specifici, a volte per decenni interi. Il posto ideale per una forma di pensiero sociale. Qualcuno solleva un argomento, qualcuno mette in discussione la prima tesi sollevata, la discussione parte e tutto questo avviene in pubblico, a beneficio di tutti quelli che assistono. Uno dei benefici più importanti di questo sviluppo è infatti che ciascuno lascia delle tracce, quindi si impara a discutere, si imparano cose nuove, e tutto avviene in pubblico.
Alcuni degli strumenti di promozione del pensiero che derivano da internet sono nati quasi per caso, e sono straordinari. Penso all’esempio più ovvio, la più formidabile delle enciclopedie. Wikipedia ha quattro milioni di voci, a fronte di appena 65 mila voci contenute nell’enciclopedia Britannica, la più grande delle enciclopedie tradizionali di lingua inglese. Wikipedia è composta di voci scritte e migliorate da persone che non si conoscono tra loro, a titolo gratuito. All’inizio di questa avventura nessuno avrebbe immaginato che sarebbe successa una cosa del genere.
Se una programmatrice ha un problema può cercare una soluzione su un sito che si chiama Stack Overflow. Descrive il problema che sta incontrando e molto propbabilmente scoprirà che c’è uno sconosciuto che le darà una risposta. Magari la persona che le darà una mano è un collega che non ha nessun interesse a farle un favore, ma la domanda resterà lì fino a quando arriverà la risposta giusta. Alla fine di questo processo arriverà finalmetne la risposta più adatta al caso specifico, che sarà una risposta molto migliore di quella che si sarebbe ottenuta ponendo la domanda a una sola persona, per quanto esperta. Quei consigli e quelle risposte resteranno poi lì, sul sito, a disposizione di chiunque cerchi una risposta alla stessa domanda in futuro. Si tratta quindi di risposte solide e riutilizzabili.
E questo è il tipo di “istruzione pubblica” che sta trasformando il nostro modo di scambiare informazioni. Questo pensare in comune è caratterizzato dalla reiterazione delle domande e da risposte che vengono migliorate nel tempo, man mano che altre persone incontrano le stesse domande, e riescono a migliorare le risposte. Internet è infatti un ambiente frequentato ad miliardi di persone, produce risultati che nessuno aveva mai immaginato, grazie ai quali il sapere si arricchisce e migliora.
C’è un altro aspetto importante. Quando si ha a che fare con così tante persone, è molto improbabile, a prescindere dalle domande che una persona possa sollevare, che una certa domanda venga posta per la prima volta. Quindi è facile che digitando uan domanda su un motore di ricerca, ci si imbatta in decine di utenti che già discutono sulla ricerca della migliore risposta possibile, che già hanno postato decine di link che portano a dettagli sempre maggiori. E questo è straordinario.


Realizzare software è tornato di moda. Programmano tutti: fisici, biologi, architetti. Anche lei programma?

Non penso che ciascuno debba imparare a programmare. Forse in futuro aumenterà il numero di persone capaci di programmare, a prescindere dalla loro professione. Sempre più persone impareranno, semplicemetne perché è utile. Ma non sarà utile per tutti allo stesso modo. Si comincerà a imparare secondo esigenze specifiche. Ma stiamo assistendo anche la processo inverso. Mentre in tutti i campi nascono strumenti sempre più faicli da utilizzare, friendly e solidi, per i singoli si riducono gli incentivi a programmare con un approccio fai-da-te. Non so ovviamente cosa succederà in futuro ma non credo che avremo proprio un’esigenza in senso stretto. Io programmo da dilettante, perché è una cosa che mi paice molto. E questo è molto diverso dal doverlo fare. Io scrivo strumenti che utilizzo, senza grandi risultati pratici, ma è molto divertente e affascinante perché è come risolvere un rompicapo. Il vantaggio è che sai subito se sei stato bravo. Se il programma che hai scritto funziona, vedi subito il risultato. Se il risultato non c’è, vuol dire che hai sbagliato tu. Dipende solo da te. Creare un software è come creare un mondo nuovo, autosufficiente, nel quale sei tu il responsabile di tutto quello che non funziona. Programmare per me è un hobby in grande stile e mi diverte molto.


 

Credits

A cura di Rossella Panarese
In regia Costanza Confessore
In redazione Paolo Conte, Matteo De Giuli, Roberta Fulci, Marco Motta

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