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Lettere 18 - 24 maggio

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Ho seguito la trasmissione di questa mattina e subito mi ha catturato la citazione di Simon Weil, il senso mi pare fosse questo: la violenza nasce dal non riconoscimento della persona che ci sta di fronte.
Da molto tempo sto riflettendo su questa terribile verità che ci riguarda da vicino e sta mettendo a repentaglio le buone regole della convivenza umana.
Nel periodo in cui è vissuta Simon Weil la cancellazione della persona ha generato la violenza della guerra con le bombe che cadevano dentro le case. Oggi non cadono bombe nelle case dei paesi occidentali, ma la stessa violenza di allora sta riducendo singole persone e intere famiglie ai limiti della sopravvivenza. Alcuni li spinge a rinunciare alla vita togliendo il disturbo. Altri sono spinti ad azioni di violenza su altre persone per ritornare a essere visibili a chi ha voluto cancellarli.
Attualmente non esiste più la persona, ben che vada c'è "il capitale umano", "i consumatori", "gli utenti", e poi via via a scendere: "gli esuberi", "gli esodati", "i rottami".
Parole che, a seconda delle circostanze e convenienze, sostituiscono la persona, le persone, facendo dormire sonni tranquilli a governanti, amministratori pubblici e privati, capitalisti e datori di lavoro.
Alla scomparsa della persona molto hanno contribuito e contribuiscono i mezzi di informazione. Avrebbe un effetto tutto diverso se si annunciasse che sono stati licenziati padri e madri di famiglia che non sanno più come dare da mangiare ai figli, una donna vedova o separata con figli, persone vicine alla pensione, giovani a cui si tarpa il futuro, una giovane donna che desidera essere madre ecc.
Invece tutto si sterilizza e ottunde comunicando che la tal impresa ha licenziato cento esuberi, la legge Fornero ha prodotto un certo numero di esodati, la rottamazione degli anziani è necessaria per far posto alle giovani generazioni.
Tutto ciò è spaventoso e deprimente. Vi prego parlate di questo problema più spesso e mettendo in luce le tragedie generate dalla cancellazione della persona.
Un cordiale saluto.
Teresa Mele
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Gentilissima  redazione,
ho  ascoltato la puntata  sul male. Purtroppo condivido tutto quello che è stato detto e anch'io tante volte mi chiedo "perchè?".
 Tante sono le risposte, la Bibbia, sia nell'Antico, sia nel Nuovo Testamento offre tantissimi spunti di riflessione. Nella mia esperienza quotidiana posso dire che il male è frutto di ignoranza, del "cuore duro", di egoismo e di superficialità indipendentemente dall'ambiente sociale, culturale o dalla fede religiosa.
Io penso comunque che il male nella maggior parte dei casi venga proiettato nell'altro ,Nerone lo proiettò nei cristiani ai quali attribuì l'incendio di Roma, i nazisti negli ebrei che a loro dire erano la causa della crisi economica e così via. Nel mio piccolo, lo si proietta nell'altro che sbaglia, manca la compassione, nessuno vede più la trave nel proprio occhio, ma vede la pagliuzza nell'occhio dell'altro, e in quella pagliuzza c'è tutto. Nessuno ricorda la parabola della peccatrice " chi è senza peccato scagli la prima pietra" nella quale  la miseria ha incontrato la misericordia, e di quanta misericordia  ho bisogno! Quando mi specchio nel male anzichè  vedere riflesso il male vorrei vedere riflesso l'amore, l'amore verso il più debole, verso le nostre fragilità, verso la mia tristezza in alcuni giorni, verso la tristezza degli altri, verso la mia gioia e verso quella degli altri.
Sono comunque convinta che sul trono del male sieda il bene, quello di saper cogliere il bene è un esercizio costante e faticoso che dobbiamo imparare, nell'A.T.  c'erano i profeti ed oggi???????????
Dobbiamo leggere la Bibbia è lì che c'è tutto, per questo vi ringrazio e vi chiedo di continuare nella lettura e nell'approfondimento.
Un'affezionata ascoltatrice
Angela Struzzi


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Cara redazione,
vorrei contestare l'affermazione di Penna, domenica scorsa,
secondo cui esisterebbero "solo trascurabili tracce"  nella cultura precristiana greca dell'evento della resurrezione; al contrario, è una colonna portante della complessa vicenda  mitologica di Dioniso (dalla quale è evidente che molto sarà traslato nella figura di Gesù); Karl Kerenyì l'affronta definitivamente nel suo cruciale testo dedicato al dio (Adelphi).
I libri esistono, basta cercarli. Mi sorprende poi, sempre come, nel trattare le implicazioni della crocifissione, venga sistematicamente rimosso il momento della "Elì, elì, lemà sabactani" (anche Penna lo tace; forse per eccesso, diciamo così, di ...."entusiasmo cristiano"?).
Con stima e complimenti per la bella trasmissione.
Giovanni Chiaramonte
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Ho appena ascoltato la puntata con Penna e Ferrario, due autorevoli interlocutori trattandosi di san Paolo. A colpirmi è stato il non affrontare l’elemento decisivo di quella lettera e di quella puntata che aveva come tema: Se Cristo non è risorto vana è la nostra fede. Si è parlato attorno a quei versetti, certo, ma come se la preoccupazione di Paolo riguardasse la mancanza di fede nella risurrezione di Cristo. E invece non era quello il punto. Paolo infatti era preoccupato che essi, pur credendo nella risurrezione di Cristo che era accaduta non credevano nella “risurrezione dei morti” che sarebbe dovuta accadere (15,12). Dire, come Penna ha detto, che non ci deve tanto interessare il “fatto”, il sapere come Gesù sia risorto, ma l’incontro con lui come vivente dopo la sua morte, intendendolo alla luce della varietà dei racconti riguardanti le  apparizioni, quasi come incontro personale (ciascuno ha il suo), come un atto di fiducia, non ci fa forse a scivolare nello stesso tranello in cui erano scivolati gli abitanti di Corinto? La fede di Paolo infatti non si basava sul fatto della risurrezione di Cristo già avvenuta (senza peraltro lasciare vere e definitive prove), bensì su ciò che doveva ancora accadere. La prova di ciò che era accaduto nel passato l’avrebbe dovuta dare quel che sarebbe dovuto accadere nel futuro: “se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto!” (v.13). Cosa renderà vera infatti la risurrezione di Cristo, che nessuno può provare,  se non quella risurrezione dei morti che da un momento all’altro dovrebbe accadere seppure fino ad oggi non sia ancora mai accaduta? E se non dovesse mai accadere? Allora vorrà dire che “neanche Cristo è risorto”, ripete Paolo ai corinzi e a noi (v.16). Tutto dunque sta e cade con questo evento futuro, pubblico, comunitario e definitivo, evento di cui non s’è fatto nemmeno cenno nella puntata, questo è il punto. Evento che dopo duemila anni rischiamo forse di considerare pia illusione, non potendolo più ormai umanamente e ragionevolmente credere, proprio come accadde a quei cristiani di Corinto ai quali Paolo scrisse la lettera duemila anni fa.
Daniele

Credits

Un programma di Gabriella Caramore
a cura di Paola Tagliolini
regia di Ornella Bellucci
consulenza musicale di Cristiana Munzi
in conduzione Benedetta Caldarulo,
Irene Santori
(Storie)
Gabriella Caramore (Questioni)
Via Asiago n. 10 - 00195 Roma

Moni Ovadia a Uomini e Profeti

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E’ stato interessante il discorso sulla bellezza di domenica scorsa. Riflettendoci su vorrei sottolineare che esiste anche una seduzione negativa delle cose e che sarebbe opportuno evidenziare la differenza tra la seduzione di cui avete parlato, riferita alla bellezza legata alla verità,  e quella che invece riesce ad attrarre per la sua capacità di mimetizzare il vuoto a lei sottostante...

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