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Riti stanchi, parole pericolose

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In una celebrazione dei riti pagani stanca e ripetitiva come non mai, attraversata da contestazioni e divisioni interne e da chiari segni di scollamento tra i dirigenti e una parte della base leghista, sono tornati a risuonare un po' sinistramente gli appelli alla secessione della Padania come unica via d'uscita dalla situaizone difficile in cui versa l'Italia intera. La contraddizione è evidente: ci si chiede come un movimento in grave crisi di consenso, oltre che di leadership, possa trascinare il suo popolo - e con esso la grande maggioranza dei cittadini del nord che nella Lega non si è mai riconosciuta - in una sorta di guerra di indipendenza dagli esiti a dir poco incerti. Ma, si sa, le parole d'ordine estremiste e i richiami al "programma massimo" - non importa se annacquati, come in questo caso, dalla prospettazione di tempi lunghi e di passi graduali - sono sempre serviti a Umbetro Bossi per ricompattare e mobilitare la sua base, soprattutto nei momenti di difficiltà e soprattutto contro alleati e nemici interni. Parole, dunque, per quanto irresponsabili, pericolose e inaccettabili sulla bocca di un ministro della Repubblica, leader di un partito di governo.
Più importatne oggi è capire quale linea politica, posto che ve ne sia una, si celi dietro quelle parole: ovvero se e per quanto tempo Umberto Bossi sia disposto a mantenere in vita un'alleanza che alla Lega sta già costando non poco in termini di consenso; se intenda ancora unire la sua solitudine a quella, ancor più drammatica del suo alleato Silvio Berlusconi. Oppure se, al contrario, non stia pensando più che alla secessione mitica di cui parla nei raduni leghisti, ad una secessione reale, concreta: quella dalla attuale maggioranza di centro-destra, che non sopravviverebbe un'ora al distacco della spina da parte di uno dei suoi partner maggiori.

continua sul sito del "Messaggero"

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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Ripartiamo dalla maternità - Barbara Stefanelli - Corriere della Sera

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Separati, non abbandonati - Maurizio Crippa - Il Foglio

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Giannini: "Partita la caccia, il premier ha slegato i cani" - Int. a Massimo Giannini - Il Fatto Quotidiano

Mare nostro - Stop trivelle - Il Manifesto

"300 mila firme non bastano" - Int. a Pippo Civati di Daniela Preziosi - Il Manifesto



 


La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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