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Il fallimento di una strategia

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La strategia del governo sui due marò giace in macerie. E la vicenda si avvia ad assumere aspetti drammatici nelle prossime ore e giorni, in uno scontro molto probabile tra Italia e India. Ieri sera il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha alzato i toni come mai in precedenza. Pinotti ha fatto sapere che Massimiliano La Torre, in Italia per convalescenza, non rientrerà a Nuova Delhi anche se in mattinata la Corte suprema indiana gli aveva negato una proroga della licenza. E anche se in India rimane il suo commilitone, Salvatore Girone, in stato di pseudo-libertà. Si tratta di un salto di qualità nel contenzioso tra Roma e Delhi: è la reazione al rifiuto inaspettato dei giudici indiani alla mossa del governo italiano, il quale, oltre alla proroga per La Torre, aveva chiesto che anche Girone rientrasse per tre mesi. Un rifiuto che ieri ha palesemente scioccato l’esecutivo, convinto fino a quel momento che la vicenda stesse per prendere una strada di soluzione positiva, sulla base di rassicurazioni che, evidentemente, erano arrivate dall’India.

Pochi mesi dopo che la presidenza del Consiglio ha evocato a sé la gestione della vicenda, togliendola di fatto ai ministeri degli Esteri e della Difesa, si torna insomma alla casella di partenza, passando per la prigione. Dopo continui richiami alla “diplomazia del silenzio”, cioè alla necessità di negoziare con l’India in via riservata, Matteo Renzi dice ora che l’esecutivo è disposto a riferire (oggi) al Parlamento. Il dato di fatto è che l’idea di affidarsi alle rassicurazioni in arrivo da New Delhi, e solo a esse, era fallito in passato, era stata rinnegata con la decisione di ricorrere a un arbitrato internazionale ma è stata rivalutata negli ultimi mesi; ed è di nuovo fallita. A questo unto, il “caso marò” ha tutte le caratteristiche per diventare un braccio di ferro tra i due governi. E’ un guaio serio per Girone e La Torre, un fallimento per il governo Renzi che ha preso in mano la situazione ed è sembrato credere nella magia di scorciatoie e improvvisazioni; un colpo per la potitica estera italiana che ne esce umiliata e ora si trova in una prima linea difficile da gestire. E’ evidente che in questo precipitare degli eventi l’India ha grandi responsabilità: quasi tra anni di rinvii, di mosse politiche e di poca giustizia e di questo dovrà rispondere a livello internazionale. Ma ci sono alcune domande alle quali Roma deve rispondere. Per quale ragione è stata messa da parte la strada dell’arbitrato internazionale? Perché ci si è illusi ancora una volta che tutto fosse risolvibile con un accordo con Delhi di tipo politico se non con qualche commercio? Sui è dimenticato che in India oggi la vicenda è del tutto giudiziaria e che il Paese è uno Stato di diritto, pieno di contraddizioni ma nel quale il governo, anche quello forte di Marendra Modi, se lo volesse, non può spudoratamente dettare soluzioni al potere giudiziario. Non solo. Come mai si è creduto che la Corte suprema potesse accettare di allungare la licenza di convalescenza in Italia di La Torre e allo stesso tempo di concederne una di tre mesi a Girone, concomitanza che agli occhi degli indiani avrebbe significato rinunciare a giudicarli? Erano state date garanzie? Erano speranza? Supposizioni con le quali si esauriva la “strategia” italiana? Il fatto è che ora è tutto più difficile. Si tratta di vedere come sarà condotto il caso nei prossimi giorni,m dalle due parti. A metà gennaio, La Torre dovrebbe rientrare a Delhi: il governo indiano darà credito sufficiente al possibile intervento al cuore che il marò potrebbe dover subire oppure sceglierà di respingere l’emergenza di salute e ritenere l’orientamento italiano una provocazione? Soprattutto: l’Italia è pronta a sostenere uno scontro con l’India? A questo punto, la questione marò è diventata, a tutto tondo, una questione nazionale. Non sempre l’Italia ha brillato sulla scena del mondo ma raramente con tanta imperizia.

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
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