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Quel che non sapete di Merkel. Alleata dietro l'intransigenza

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di Antonio Puri Purini

Dopo l’effetto rasserenante della sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, è ora che l’opinione pubblica italiana interrompa il tiro al bersaglio contro il cancelliere Merkel. Ricordo momenti che mi hanno permesso di intuire alcuni aspetti della sua personalità: chissà che non possano facilitare la comprensione di un personaggio che sfugge alle definizioni rituali. Ho capito che la concisione, la naturalezza, l’attenzione, la cortesia erano parte integrante della sua identità, politica e personale. Mentre era ancora capo dell’opposizione Cdu sosteneva che, una volta al governo, avrebbe operato nella tradizione europeista di Konrad Adenauer e di Helmut Kohl. Quando perse il padre (un pastore protestante cui era legatissima) pochi anni orsono, i giornalisti pubblicatrono un necrologio in cui la figlia, insieme ai familiari, ne annunciava la scomparsa senza una parola di cordoglio. In occasioni ristrette di incontro, mi colpiva l’interesse genuino per l’Italia e il rammarico per l’insufficiente conoscenza del nostro Paese. Suppliva in parte con una genuina passione per l’opera lirica (oltre a Bayreuth, la Scala rimane una meta preferita). Mi è capitato di incontrarla mentre entrava in teatro con il marito (una grande Travuita con Anna Netrebko), biglietti in mano, e presentarle gli amici italiani ospiti. Ho colto sgurdi di nostalgia goethiana per un albero di limone.

L’ho ascoltata mentre spiegava che la competitività dell’Europa doveva essere espressa anche dalla capacità d’essere comunità di valori: in questo modo sarebbe stato possibile contrastare interlocutori (in primo luogo la Cina) portatori di una diversa scala di principi. Raccontava di essere lieta d’aver ricevuto il Dalai Lama nel suo ufficio a Berlino e indifferente al timore che quest’incontro avrebbe potuto ledere gli interessi economici della Germania nella Repubblica popolare. Fra l’altro, questo non è avvenuto.

Era convinta quando insisteva perché l’Unione europea assumesse la leadership nella lotta contro i cambiamenti climatici. Si fece spiegare da Andrea Riccardi il rapporto con il mondo islamico. Non sorprende che gli interventi sull’Europa fossero profondi e strutturati. Certo, dopo averla ascoltata, rimaneva una punta di delusione: l’emotività, indispensabile ingrediente di ogni discorso capace di toccare il cuore della gente, era assente. Probabilmente non lo voleva nemmeno lei. In compenso, rassicurava il senso di misura nelle parole e nei compoertamenti, l’assenza di un’agitazione febbrile. La scarsezza di calore, la diffidenza, la cautela creavano barriere. Esprimevano il pudore di una personalità spregiudicata ma poco portata all’intrigo, ostinata, convinta del proprio percorso politico. Era tempo perso aspettarsi momenti d’esuberanza. Una volta qualcuno le disse con ammirata sfacciataggine che era manifesta, nel guardare il suo viso, la mancanza di un’agenda nascosta o il desiderio di accumulare ricchezze, a differenza di altri politici occidentali.

Questi episodi, quasi delle sfumature, nell’incalzare della vita berlinese emergevano sullo sfondo di un’Europa piena di contraddizioni. Mi hanno aiutato a comprendere che Angela Merkel non sarebbe diventata un’europea scettica e distaccata. L’unico fastidio che provava per le istituzioni comunitarie era l’eccesso di burocrazia. L’ho osservata mentre governava con equilibrio, con intransigente consapevolezza degli interessi tedeschi ma lucida impostazione europea.

Deve averle dato fastidio il costante e negatuivo paragone con l’intelligenza finanziaria di Helmut Schmidt, la visione di Kohl, la capacità riformista di Schröder, il confronto fra la generosa visione dei tedeschi cresciuti sulle rive del Reno, contrapposta all’aridità di quelli provenienti dalla Germania comunista. Dopotutto, il muro di Berlino non è stato abbattuto dai cittadini dell’Ovest sazi nel loro benessere, ma dalla passione civile delle donne e degli uomini dell’Est. Ha dimostrato il suo europeismo quando, durante la presidenza tedesca dell’Unione nel 2007, fece approvare il trattato di Lisbona, quando si oppose allo scriteriato progetto del presidente francese Sarkozy di creare un’Unione mediterranea che avrebbe aggravato il divario tra Europa meridionale e continentale, quano intravide il periocolo di allargare ulteriormente le frontiere dell’Unione (la Turchia). Non c’è contraddizione tra la linea passata e presente di Angela Merkel: posizione coerente sull’euro; accelerazione del processo di integrazione.

E’ pertanto inspiegabile che molti italiani, dopo aver applaudito con entusiasmo il cancelliere, le abbiano voltato le spalle con una volubilità che non fa loro onore e che il Parlamento le mugugni contro. Fino a due anni fa i conduttori televisitivi la citavano come cancelliere o Angela Merkel. Da alcuni mesi è diventata, in maniera quasi dispregiativa, “la Merkel”. Anche se ha commesso degli errori, ha seguito una strategia che potrebbe rivelarsi vincente: per la Germania, per l’Europa. Angela Merkel può essere un interlocutore duro, intransigente, indifferente alla malizia e al cinismo latini, ma è amica dell’Italia. Ha sempre aiutato. Senza il suo appoggio, Mario Draghi non sarebbe presidente della Bce e non potrebbe procedere all’acquisto illimitato di titoli di Stato. La crisi dell’euro potrà essere superata con Berlino, non contro. Basta con il gioco al massacro verso un nostro fondamentale interlocutore. Per quale ragione al mondo dovremmo, proprio noi, voltare le spalle alla più influente personalità politica, tedesca ed europea?

Suggerisco un’iniziativa inedita: un invito al cancelliere ad effettuare un discorso al Parlamento prima delle prossuime elezioni politiche italiane e tedesche.

sito del Corriere

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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