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La società multietnica che divide l'Europa ecco perchè l'Est non vuole i migranti

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Nella storia, con la maiuscola, ci inciampi sempre. Quando meno te l’aspetti. In particolare in questa parte d’Europa dove è sempre presente anche se ormai remota. Arrivi in Polonia o in Slovacchia o nella Repubblica ceca o in Ungheria alla ricerca dei motivi che spingono questi paesi a rifiutare i profughi, venendo meno ai principi civili universali evocati da Angela Merkel come legame irrinunciabile tra i paesi dell’Unione europea, e cominci a frugare negli egoismi d’oggi, nello sciovinismo, nella mancanza di solidarietà umana. Non ti discosti dalla cronaca, da quel che sta accadendo, ti spingi al massimo fino alla memoria che la precede. Non vai oltre a ritroso e ti accorgi che le stesse caratteristiche, in misura variabile, più frantumate ma non meno sfacciate le puoi trovare nell’Europa dell’Ovest ricca di populismi. I Salvini e i Le Pen non sono da meno.
Finché i tuoi interlocutori ti sbattono in faccia la vera ragione della ripulsa. E ti accorgi, che senza assolvere, giustificare i vizi, essa ha una radice storica decisiva. Molti polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, assecondati con più o meno vigore dai loro rispettivi governi, respingono l’idea di una società multiculturale. Questo è il demonio da respingere: è quel che spiega la profonda divisione tra Est e Ovest.
L’Unione europea ha attirato i paesi dell’Est perché farne parte era una promozione democratica, e per i vantaggi economici. L’Ue è inoltre un’organizzazione attigua alla Nato, ritenuta un irrinunciabile scudo di fronte alla prepotenza della Russia di Putin. Ma quella stessa Europa occidentale, un tempo tanto attraente, li turba, li spaventa per i milioni di musulmani che ha integrato o che ospita, e dai quali scaturiscono rivolte (le periferie francesi) o attentati ( Charlie Hebdo ).
L’apertura delle frontiere, in particolare l’ accordo di Schengen, non è stata accompagnata dall’accettazione di una società multiculturale, che pare implicita. Il problema non è stato affrontato e ora spacca l’Europa. Un professore di storia, Mark Maskover, ricorda che fino al XX secolo il Vecchio Continente nel suo complesso ha vissuto in una specie di “purificazione etnica”, ed è soltanto negli anni Sessanta che il versante occidentale ha imboccato il senso inverso con l’ arrivo in massa degli immigrati, resi necessari dall’industria in espansione. Il fenomeno è avvenuto in un clima di progresso economico, come del resto oggi gli imprenditori della Germania opulenta sono favorevoli all’accoglienza dei profughi che colmeranno la scarsità di mano d’opera nel paese e al tempo stesso il deficit demografico che invecchia la popolazione.
I paesi dell’Europa centrale hanno invece raggiunto un’omogeneità etnica in modo drammatico. Non in seguito al progresso ma alle guerre e agli sconvolgimenti politici che hanno ritracciato i confini. E ne sono adesso gelosi. Nelle loro storie nazionali quell’omogeneità è una conquista. L’esempio più vistoso è la Polonia, un tempo terra di grande emigrazione e di profonde divisioni interne, che ha da poco raggiunto un’unità etnica e linguistica cui non vuole o stenta a rinunciare.
All’origine della spaccatura tra le due Europe di fronte al grande movimento migratorio ci sono dunque esperienze storiche diverse. L’ Unione multiculturale, di cui Angela Merkel è la pacifica e audace condottiera, si basa su dei nobili valori che non corrispondono ai valori difensivi della parte di Unione gelosa della omogeneità etnica conquistata. La scomposta associazione dei popoli europei si basa su principi la cui diversità può diventare drammatica e forse irreparabile se l’arrivo di migranti e rifugiati fosse destinato a durare anni, come sembra. L’opinione pubblica polacca è meno compatta nel rifiuto dei profughi degli altri paesi del gruppo di Visegrad (Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria), e senz’altro anche delle tre repubbliche baltiche. Il primo ministro, Ewa Kopacz, si è detta disposta ad accettare almeno duemila rifugiati, a condizione che esistano i mezzi finanziari e il clima politico lo consenta. E quest’ultimo non è favorevole. Il suo partito, liberal conservatore, affronta il mese prossimo elezioni difficili, perché il movimento populista Legge e Giustizia domina i sondaggi, anche grazie alla posizione anti-immigrati.
A Praga, sabato scorso, il gruppo di Visegrad ha rifiutato in una sbrigativa riunione d’emergenza la spartizione dei rifugiati con il criterio delle quote o di meccanismi simili. Questa linea intransigente potrebbe essere sostenuta il 14 settembre alla riunione dei ministri degli Interni, e al Consiglio europeo di metà ottobre. Bohuslav Sobotka, il primo ministro ceco, ha escluso di poter accettare più di millesettecento rifugiati. Il suo collega slovacco, Robert Fico, è disposto ad accoglierne duecento (soltanto siriani cristiani).
In un momento di generosità, il governo di Bratislava aveva proposto di allog- giare cinquecento profughi in un edificio abbandonato di Garcikovo, sulla sponda del Danubio, al confine ungherese. Ma i cinquemila abitanti di quel piccolo centro si sono espressi al 97 per cento contro l’accoglienza.
Nonostante i propositi espressi in loro favore, gli stessi profughi cristiani non sono sempre ospiti graditi. La società di San Vincenzo da Paola ha dovuto rinunciare a dare asilo ad alcune centinaia di loro in un convento abbandonato perché i duemila duecento abitanti del luogo hanno protestato, benché il settanta per cento si dichiarino cattolici praticanti. Del resto ottanta slovacchi su cento rifiutano i migranti. Nella Repubblica ceca sono ancora di più: il 93 per cento. Il presidente Milos Zeman anima l’ostilità, al punto da non escludere il dispiegamento di forze dell’esercito lungo il confine. Il parlamento di Budapest ha già preso iniziative in proposito, ha approvato un piano che prevede l’uso dei militari sulla frontiera con l’Austria e una condanna di tre anni per gli immigrati clandestini.
Se protette dall’anonimato, personalità vicine al governo di Varsavia non esitano a rimproverare la cecità occidentale nella guerra civile siriana che riversa adesso profughi nel Vecchio continente. L’Europa Orientale non c’entra. Bisognava intervenire all’inizio per estinguerla. Inoltre si parla della massa di migranti come un rigurgito del colonialismo che ha disegnato il Medio Oriente che adesso si sta disgregando. Ma l’ Europa ha bisogno di principi comuni che la tengano unita, non del passato storico che l’ha disunita. E quei principi non ci sono.

sito di Repubblica 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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