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Si apre un caso politico sui colloqui in carcere tra parlamentari e boss

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Il tour rivelato dal "Corriere". L'intervento del ministro Severino

«Sono state segnalate all’autorità giudiziaria le relazioni di servizio in cui si faceva riferimento a colloqui parlamentari- detenuti in regime di 41 bis». Serve l’intervento diretto del ministro della Giustizia per sedare la bufera politica che si apre sul «tour» delle carceri di Giuseppe Lumia e Sonia Alfano, rivelato ieri dal Corriere della Sera. E visto che le visite del senatore pd e dell’europarlamentare idv hanno riguardato anche Bernardo Provenzano, Filippo Graviano e Antonino Cinà, scatenando i sospetti del Pdl sulla trattativa Stato-mafia («C’è un altro capitolo da scoprire dopo quello che investe Scalfaro, Conso e Mancino?», ha chiesto Maurizio Gasparri), la nota del Guardasigilli ha fugato anche questo dubbio. Su quel dossier «niente colloqui tra parlamentari e boss», è il senso dell’intervento del ministro Severino. Che lo scorso 3 agosto ha invitato i direttori dei penitenziari alla «puntuale osservanza» delle disposizioni che regolano «le visite dei parlamentari negli istituti penitenziari ». Sollecitando, si legge nella nota del ministero di via Arenula, «l’intervento diretto o l’interruzione della conversazione qualora essa travalichi i limiti della visita e si trasformi in colloquio su procedimenti in corso ». Ma il caso, nel frattempo, aveva già scatenato uno scontro politico. Il tandem Lumia- Alfano da un lato. Il Pdl dall’altro. «La notizia di un tour nelle carceri in una sorta di colloqui investigativi con boss della criminalità organizzata come Provenzano, Graviano, Bidognetti e Cinà per sollecitarli a diventare collaboratori di giustizia, prospettando anche i vantaggi che la legge attribuisce ai figli dei pentiti, è sconcertante», sostiene il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello. «Lumia e Alfano », nella versione di Osvaldo Napoli, «hanno prevaricato compiti che la legge assegna alla Procura». Gasparri alza il tiro. E sostiene che «potremmo essere di fronte a un abuso delle prerogative parlamentari per finalità misteriose e inquietanti ». È la stessa tesi di cui parla anche il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto. Che ricorda come «i colloqui investigativi » per verificare un possibile pentimento di un boss spettano alla Procura antimafia. E non, aggiunge, «a Lumia e Sonia Alfano che, stando all’articolo del Corriere, hanno parlato con qualche boss in stretto dialetto siciliano». «Tour disdicevole », lo chiama l’ex ministro Anna Maria Bernini. «Gravità inaudita», aggiunge la parlamentare Beatrice Lorenzin. La difesa di Lumia e Alfano si fonda su due punti. Il primo è archiviare l’articolo del Corriere come «una grave rivelazione del segreto d’ufficio, propagata da qualche apparato istituzionale, forse con l’obiettivo di dire ai boss, a partire da Provenzano, che non devono fidarsi dello Stato». La seconda è rivendicare il tentativo di aver sollecitato i boss, a cominciare da Provenzano, al pentimento. «È incredibile: avere richiamato la legge dello Stato sulla collaborazione di giustizia getta nel panico molti esponenti del centrodestra », reagisce il senatore del Pd. Che conclude la sua difesa ricordando di essere da tempo nel mirino di Cosa Nostra: «Chi ha paura della collaborazione di Provenzano? Meglio la più terribile e amara verità che l’omertà e il silenzio. Non mi sfugge che queste reazioni espongono noi e i nostri cari. Sono un condannato amorte di Cosa nostra e so che in questa battaglia bisogna essere pronti a tutto». Anche Sonia Alfano prova a rimandare la palla nel campo opposto. «Le trattative le hanno fatte e continuino a farle altri », è la controffensiva dell’eurodeputata dell’Italia dei valori. Convinta che sia «troppo evidente, a questo punto, che qualcuno in questo Paese non vuole la verità e continua ad adoperarsi, in una trattativa che evidentemente prosegue ancora oggi, per impedirne in ogni modo il raggiungimento».

sito del Corriere della Sera


Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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