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Roman Opalka nel ricordo di Angela Vettese

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Si è spento a Roma, a quasi 80 anni, l'artista polacco. Radio3suite lo ha ricordato con Angela Vettese e di lui così ha scritto Marco Vallora:


Pare che l'ultima cifra anemica, che abbia tracciato sulla sua ultima tela, sia stata significativamente un «8»: il segno rovesciato dell'infinito, quella che lui considerava l'icona capitale «della base d'una piramide verso l'infinito». Pare. Ma tutto è sempre stato misterioso ed ovattato, nel silenzio incantato della pittura di Roman Opalka, che dovrebbe esser morto, non lontano da Roma (come Twombly) in un ospedale, che avrebbe accolto un suo mancamento.

Certo è morto il 6 di agosto, a tre settimane dagli ottant'anni (3,7,8, secondo la sua cabala) ma popalkaer sua esplicita volontà, il suo candido sito ne accenna vagamente, la notizia avrebbe dovuto trapelare solo qualche giorno dopo. Secondo la lezione della sua opera-monstre, che soltanto con la sua morte ha trovato un compimento. E che ha avuto inizio nel 1965, grazie a un'intuizione-progetto («non una trovata, per carità!») sostanzialmente ossessiva. Claustrofobicamente titanica.

Suggestionato dall'idea del tempo («inesorabile, irreversibile, infinito», secondo visione agostiniana) materia fluida, che si spreca, si scandisce a ogni istante e non ritorna più su se stessa (e scrive anche la nostra pelle) Opalka, nato in Francia, ma da genitori polacchi (che nel '39 sono tornati in patria, giusto per esser internati in un campo di concentramento) ha pensato di registrare, con una calligrafia buddista-certosina, questo vertiginoso abissarsi verso l'infinito. Ha prescelto una tela di cm. 196x135 (la dimensione della porta del suo studio) che poi sarebbe rimasta micidialmente sempre la stessa, e partendo come in una lavagna dall'inscrizione figurata del numero 1 (secondo la nostra lettura occidentale, in alto, a sinistra della tela) ha deciso, da quel giorno, per tutti i giorni della vita, di continuare a numerare, sino all'infinito, sino al chiudersi della tela, a destra in basso, e poi continuando in una tela successiva. Ogni volta titolando, in progress: «Opalka. 1965/1-infinito».

Non una furbizia d'avanguardia (come forse nel giapponese On Kawara) ma una scommessa terribile, in dialogo solitario e prigioniero con la propria ciclopica scelta sartriana (dipingere «l'essere-per-la-morte». E che solo la morte può falciar via). Intrappolando il proprio corpo: a dimostrazione che non si trattava di gioco dada, appena stretto quel patto demonico, un'aritmia micidiale lo tenne lontano dalla pittura per un mese. Poi, puntualmente, ogni sera di lavoro, «staccata» l'ultima cifra (mai interrompere la pennellata, né riintingere il pennello!) un auto-scatto fotografico braccava il proprio volto: stessa posizione, stessa camicia bianca. Solo il volto si faceva più scarno e rugoso: il tempo scolpiva il proprio transito. Ritmato da una scansione di numeri, dettati in polacco al magnetofono, sempre più Kantor. La voce che si spegneva, il fondo sempre più bianco, come innevato. Impercettibilmente.

 

 

Credits

Curatori
Monica D'Onofrio, Paola Damiani e Stefano Roffi
Redazione
Leda Bianchi, Giorgia Niso
Regia
Chiara D'Ambros
Conduttori
Francesco Antonioni, Oreste Bossini, Nicola Campogrande, Riccardo Giagni, Andrea Ottonello, Andrea Penna, Stefano Valanzuolo, Guido Zaccagnini

Sede Rai di Milano:
Nicola Pedone





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