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When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013

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Riproporre oggi in modo letterale una mostra del 1969, mantenendo le originarie relazioni e connessioni visuali e formali tra le opere, ha posto una serie di interrogativi sulla problematicità e sul significato stesso di un progetto che si è sviluppato attraverso una profonda discussione sotto diverse prospettive: artistica, architettonica e curatoriale. La sfida è stata questa: come comunicare e trovare un limite ad un non-limite, costruire un luogo che riflettesse esattamente gli elementi architettonici della Kunsthalle, ma anche uno spazio asimmetrico rispetto al nostro presente e quindi intriso di un’energia attuale e una tensione simile a quella presente a Berna? Sottolineando ed evidenziando il passaggio tra passato e presente di cui è importante conservare la complessa identità, si è deciso di innestare la mostra – nella sua totalità di muri, pavimenti e relative installazioni e oggetti d’arte – nella storica struttura architettonica e negli ambienti di Ca’ Corner della Regina, arrivando a inserire in scala 1:1 le stanze moderne della Kunsthalle, delimitate da superfici parietali bianche, negli antichi saloni affrescati del settecentesco palazzo veneziano.

Si tratta di fatto di un esercizio di doppia occupazione: così come la Kunsthalle fu occupata da una giovane generazione di artisti rivoluzionari nel 1969, con lo stesso spirito gli ambienti riccamente decorati di Ca’ Corner della Regina sono a loro volta invasi dalle sale novecentesche della Kunsthalle. Il risultato è una sovrapposizione tanto letterale quanto estrema di spazi, che genera connessioni nuove e inaspettate tra le opere stesse e tra le opere e lo spazio.

L’operazione di spostare interamente l’intera entità espositiva, fatta dall’intreccio di stanze e d’insiemi plastici e visivi, crea uno straniamento. È come aver trasformato “When Attitudes Become Form” in un readymade o in un reperto archeologico, ricostruito mettendo insieme tutti i suoi frammenti. La sua nuova lettura deriverà allora dalla sua dislocazione e dal suo display a Venezia che forniranno un ulteriore stimolo interpretativo, così da farle assumere altri significati non solo storici ma attuali.

L’intento è ridare vita al processo espositivo con cui “When Attitudes Become Form” venne realizzata, così da superare la mediazione dei documenti fotografici e filmici, e poterlo esperire e analizzare “dal vero”, esattamente com’era, seppur trasportato dall’ieri all’oggi. Un progetto di ripensamento che implica la consapevolezza che il linguaggio allestitivo e le relazioni tra le opere messe in mostra da un curatore sono diventati parte fondante e fruibile della storia dell’arte moderna e contemporanea.

 

L’approfondita ricerca, alla base del progetto, è stata condotta su più piani: l’archivio e la biblioteca di Harald Szeemann ora ospitati al Getty Research Institute di Los Angeles (GRI), le testimonianze dirette degli artisti e i documenti provenienti dalle loro fondazioni, le tracce fotografiche e scritte presenti nella biblioteca della Kunsthalle di Berna. Un fondamentale contributo è stato offerto dal Getty Research Institute diretto da Thomas W. Gaehtgens. Grazie allo studio attento - condotto dalla Fondazione Prada in stretta collaborazione con il curatore del Getty Research Institute Glenn Phillips e il suo team - dei documenti, delle lettere e delle immagini relative a Szeemann e alla mostra del 1969, e all’analisi di una collezione composta da più di 1.000 fotografie in bianco e nero e a colori, è stato possibile identificare le opere effettivamente esposte e quelle mai allestite, per problemi tecnici, alla Kunsthalle e nella sede distaccata della Schulwarte, arrivando ad una mappatura completa e precisa di ciò che è realmente accaduto a Berna.

When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013 riunisce quasi tutte le opere originali presentate nel 1969 alla Kunsthalle e alla Schulwarte, quelle ritrovate e provenienti da importanti collezioni private e musei internazionali (tra queste figurano, ad esempio, i lavori di Carl Andre, Claes Oldenburg, Bruce Nauman, Eva Hesse, Giovanni Anselmo, Hanne Darboven, Reiner Ruthenbeck, Marinus Boezem e Richard Tuttle), nonché interventi site-specific, “reenacted” direttamente o in collaborazione con gli artisti e le loro fondazioni (tra questi i lavori di Joseph Beuys, Daniel Buren, Walter De Maria, Jan Dibbets, Alain Jacquet, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, Keith Sonnier, Ger van Elk, Lawrence Weiner e Gilberto Zorio) oltre a una selezione di fotografie, video, libri, lettere, oggetti effimeri e altri materiali originali relativi alla mostra del 1969 e al suo fondamentale contesto. La mostra include anche materiali inediti provenienti dall’archivio di Szeemann.

Lo scopo è di riproporre, con la stessa intensità ed energia, le ricerche post-pop e post-minimaliste che andavano dalla Process Art alla Conceptual Art, dall’Arte Povera alla Land Art, sviluppatesi a livello internazionale alla metà degli anni Sessanta, evidenziando al tempo stesso il contributo di Szeemann, capace di pensiero oltre i limiti delle etichette critiche e dei vincoli teorici del suo tempo. In particolare la messa in luce di un procedere fluido e mutevole dell’arte, destinato a esplorare gli orizzonti fisici e concettuali del linguaggio visuale, materiale ed immateriale, posti in un territorio multiforme e in continuo mutamento, al di là della dimensione compiuta e immutabile dell’oggetto artistico. La mostra, caratterizzata da un nuovo approccio dove tutto era lasciato al processo liberatorio del fare, senza limiti, difese, piedistalli e costrizioni perimetrali, divenne un campo d’incontro dialettico tra artista e curatore, tra eventi e architettura: un luogo dove le opere realizzate s’intrecciavano tra loro, come in una sorta di trama organica in continua evoluzione.

Credits

Un programma a cura di Cettina Flaccavento
Conduce Elena del Drago

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