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Il lavoro vero che diventa lavoro nero

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di Michele Brambilla

Dunque la domanda sembra essere questa: ne ammazza di più la crisi o la burocrazia? L’altro ieri abbiamo scoperto che un pensionato di 63 anni della provincia di Cuneo stava raccogliendo l’uva nella sua vigna con quattro amici - così, quasi una festa, visto che il vino non lo vende neppure, lo produce per sé - quando s’è visto circondare dai carabinieri e dai funzionari dell’ispettorato del lavoro. «Lavoro nero», gli hanno detto, e gli hanno notificato una multa di 19.500 euro.  

Invita gli amici alla vendemmia, prende una multa da 19.500 euro per lavoro nero.   
Noi nei giornali ci siamo stupiti ma gli imprenditori, grandi e piccoli, queste storie le vivono quasi ogni giorno. E sanno bene che la crisi, certo, è micidiale, ma la burocrazia la aiuta a far danni.  È ovvio che la lotta al lavoro nero è una causa nobilissima e irrinunciabile. Nei vigneti, in particolare, da qualche tempo c’è il fenomeno odioso del caporalato: un sistema di reclutamento della manodopera che sarebbe meglio chiamare sistema di sfruttamento. E poi, malavita a parte, ci sono anche imprenditori che se ne approfittano e non mettono in regola chi lavora per loro. 
Così partono le ispezioni. Ministero del lavoro, Inps e Inail possono mandare i loro funzionari, ma anche - appunto - i carabinieri. Con il Jobs act si è creata una struttura, l’Agenzia Unica ispettiva, che accorperà tutti i controllori, e che sarà operativa nei primi mesi dell’anno prossimo.  È diffusa, caporalato a parte, la piaga del lavoro nero? Sì, è diffusa, e contrariamente a quanto spesso si pensa, per mettere in regola un lavoratore non è necessaria l’assunzione a tempo indeterminato.
Nel 2008, proprio per regolarizzare il lavoro stagionale legato alla vendemmia, hanno ad esempio inventato i voucher. Per chi non lo sapesse, sono ticket da dieci euro che si comprano negli uffici postali e perfino dai tabaccai. Il lavoratore occasione trattiene per sé un netto di 7,5 euro: il resto finisce all’Inps e all’Inail. I voucher sono molto utilizzati, oltre che nei vigneti, per i piccoli lavoretti di casa. Giardinieri, baby sitter, e così via. 
Insomma la legge dà la possibilità, a chi non può assumere, di chiedere prestazioni occasionali mettendosi in regola in modo molto semplice. E quindi ben vengano le multe per chi sgarra.  Ma, tutto questo precisato, vien da chiedersi se i controllori abbiano sempre ben presente, oltre che la legge dello Stato, anche quella del buon senso. «Sulla vicenda di Cuneo non mi risulta che sia stata già inflitta una multa», mi assicura da Roma Paolo Pennesi, segretario generale del Ministero del Lavoro. Gli obietto che lo sventurato vignaiolo ci ha mostrato il verbale: «È stato solo invitato in ufficio, per mercoledì, a chiarire», dice ancora Pennesi. E si spera che l’incontro serva a smussare qualche spigolosità.  Ma la vicenda del signor Battaglino - così si chiama il pensionato multato per gli amici in vigna - non è come detto un caso isolato.
Ci sono casi di artigiani e commercianti multati per aver tenuto in laboratorio, o in negozio, i propri figli minorenni: erano lì per aiutare, ma soprattutto per imparare un mestiere che da tempo immemorabile veniva tramandato di generazione in generazione. «Forse ci sono eccessi di zelo», ammette Pennesi, «ma la normativa sui minori è feroce. anche per i figli». Gli artigiani possono assumere i figli con contratti di apprendistato vantaggiosissimi: ma solo dai 16 anni in su.   In bottega niente minori, ma anche niente genitori anziani. «Mio padre, che ha fondato questa azienda, non può entrare a dare consigli a chi lavora, e tantomeno ai miei figli adolescenti», mi racconta Teresa Coradazzi, che fa prosciutti a San Daniele del Friuli: «Ma se un bambino non può farsi insegnare da un nonno come si “sugna” un prosciutto, come lo si sala, come lo si annusa, si spegne sul nascere una passione. L’Italia nel dopoguerra si è rialzata perché la famiglia è diventata impresa. Le mogli e i figli erano indispensabili, l’unico ad avere uno stipendio era il capofamiglia. Altri tempi? Sì, ma così si sono create tante eccellenze italiane. Una volta l’impresa familiare era un vanto nazionale, oggi il lavoro in famiglia è perseguito per legge».  Lavoro vero che diventa lavoro nero. Qualche mese fa, a Napoli, un uomo di 43 anni si è ucciso perché multato di duemila euro per la presenza della moglie nella sua pizzeria. Non era in regola. Erano in regola coloro che lo hanno multato: con la legge. Ma forse non con la virtù della prudenza. E forse neanche con la coscienza. 

sito della Stampa

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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